Nel mese di maggio 2024 la Commissione Federale della Migrazione (CFM) ha pubblicato uno studio realizzato da specialisti delle Università di Ginevra, Neuchâtel e Basilea.

Gli studiosi hanno esaminato delle domande di naturalizzazione presentate tra il 2018 e il 2021, quando le domande sono state trattate contemporaneamente in base al nuovo diritto e a quello previgente. I risultati di questa analisi fanno emergere molti fatti interessanti: ad esempio, il nuovo diritto ha reso più elevato il numero di persone naturalizzate in possesso di un diploma universitario, mentre il numero di persone senza formazione post-obbligatoria che hanno avuto accesso alla naturalizzazione è fortemente diminuito. In altre parole, la nuova legge sulla naturalizzazione favorisce chi ha una formazione maggiore e un reddito maggiore, rendendo l’ottenimento della cittadinanza svizzera un privilegio. 

Inoltre, lo studio fa emergere che i criteri più restrittivi introdotti dalla nuova legge, così come i margini di discrezionalità dei cantoni e dei comuni, comportano il rischio di disparità di trattamento. Infatti, sottolinea la CFM, lo status giuridico riconosciuto alle persone straniere influisce sui tempi di ottenimento del permesso di domicilio. Ad esempio, le persone del settore dell’asilo e i loro figli, risultano svantaggiate poiché il loro soggiorno viene computato solo in parte nel calcolo del periodo di soggiorno minimo richiesto per l’ottenimento del permesso di domicilio (C). Non solo, alcuni cantoni hanno reso più severi i criteri di conoscenza linguistica e i requisiti relativi al rimborso delle prestazioni sociali, pregiudicando le persone poco qualificate e meno abbienti. 

Anche i nuovi criteri di integrazione sono un potenziale ostacolo per chi ha una minore qualificazione e non ha piena indipendenza economica. Ad esempio, le persone che hanno problemi di apprendimento o di lettura perché hanno una istruzione di base limitata oppure per altri motivi legittimi, hanno più difficoltà ad ottenere il permesso di domicilio e quindi la naturalizzazione. Allo stesso modo, le persone che hanno difficoltà finanziarie per colpe non proprie, hanno un accesso più difficoltoso alla procedura di naturalizzazione. 

Lo studio dedica un ampio approfondimento alla discriminazione nella nuova legge sulla cittadinanza, affermando che: 

Il diritto sulla cittadinanza non può essere discriminatorio. Alle persone non deve essere impedito di naturalizzarsi a causa della loro origine, del colore della pelle, della religione, di una disabilità o dello status sociale. Il Tribunale federale lo ha ribadito più volte, ma ha anche affermato che il requisito del permesso di domicilio non è di per sé discriminatorio. Ma se tale requisito implica che gruppi già emarginati siano particolarmente svantaggiati nell’ambito della procedura di naturalizzazione, questa disparità di trattamento resta allora problematica. La maggiore selettività creata dalla nuova legge si spinge oltre la disuguaglianza di trattamento consentita e determina una discriminazione strutturale, in quanto il pregiudizio subito da determinati gruppi di individui viene radicato nel tessuto sociale. Il Tribunale federale dovrà intervenire anche in futuro per correggere questa situazione.
La naturalizzazione ordinaria è un modo, evolutosi nel corso dei decenni, per distinguere tra il «noi» e gli «altri». Va di pari passo con convenzioni, usi e costumi che fanno apparire normale e naturale lo status privilegiato degli «Svizzeri» e quello inferiore degli «stranieri».
La selettività sociale pregiudica la coesione all’interno della società: la sovrapposizione e la coincidenza delle differenze a livello formativo, sociale, economico e di status nella popolazione di un Paese, combinate con poche opportunità di superarle, alimenta le tensioni sociali. La selettività sociale mina la capacità di una collettività di gestire le differenze e di garantire il benessere di tutti i suoi membri (pag. 30).

Lo studio fa però anche delle importanti proposte per rendere il sistema più inclusivo verso tutte le persone che fanno parte della nostra società: per esempio, viene avanzata la proposta di ridurre da tre a uno i livelli in cui si articola il sistema di naturalizzazione e di semplificare in generale la procedura. Si propone anche di renderla più trasparente e uniforme nonché di garantier il diritto di essere cittadini svizzeri a chi nasce e cresce nella Confederazione. 

Alla luce di questo studio la CFM auspica che si possa dare inizio ad un dibattito aperto ed ampio sulla naturalizzazione, coinvolgendo le istituzioni, la politica e la società civile. Manuele Bertoli, presidente della Commissione, constata che «Le persone scarsamente qualificate oppure quelle del settore dell’asilo si vedono sempre più escluse dalla procedura di naturalizzazione. Questo perché a causa di criteri e requisiti più restrittivi non sono ammesse alla procedura.» Questa tendenza, afferma la CFR, non è auspicabile. 

Anche nei rapporti della Rete di consulenza per le vittime di razzismo vengono segnalati episodi di razzismo durante la procedura di naturalizzazione. Nel 2023, sono stati segnalati due episodi: in un caso, un dipendente di un comune si è rivolto a un consultorio perché un cittadino presentava regolarmente opposizioni scritte razziste alle domande di naturalizzazione, soprattutto di persone nere. Alcune delle affermazioni del cittadino rientravano chiaramente nella fattispecie penale della discriminazione e dell’incitamento all’odio vietati dall’art 261bis. Il comune ha valutato internamente se sporgere denuncia nei confronti del cittadino e ha nel frattempo dichiarato nulle le opposizioni problematiche poiché non motivate e a causa delle esternazioni discriminatorie (esempio 4, pag. 11 del Rapporto 2023 della Rete di consulenza per le vittime di razzismo). 

Lo studio integrale della CFM è disponibile online a QUESTO link.

Il rapporto della Rete di consulenza per le vittime di razzismo è disponibile online a QUESTO link.

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Last modified: Giugno 10, 2024